
La morte di Valentino, fra i più noti imprenditori dell’alta moda italiana, apprezzato a livello internazionale, è l’occasione per riproporre un libro che tratta della storia della moda e del ruolo che essa ha nella cultura occidentale.
Seguire la moda, essere “in ‘‘, costituisce tutt’oggi per molta gente un bisogno psicologico e una sorta di dovere sociale. Seguire docilmente le stravaganti e frenetiche direttive delle mode è considerato segno di modernità, di originalità e, perfino di creatività personale.
Ma che cos ‘è la moda? Questa mania di seguire rapidi e volubili cambi nel campo de vestiario, degli oggetti, della musica, del modo di vivere e di pensare che costituiscono la moda, è un ‘usanza antica quanto la natura umana o costituisce una patologia moderna? E’ un fenomeno puramente casuale o viene orientato da un ‘ideologia implicita e organizzato da meccanismi poco conosciuti?
Nel 1987, Gilles Lipovetsky, un docente all’Università di Grenoble, ha pubblicato un libro, utile per comprendere i meccanismi di questo fenomeno, in titolato “L‘empire de I‘ephemmere ‘‘ (Gallimard, Paris, 1987) tradotto in italiano nel 1989 per i tipi della Garzanti col titolo: ”L’impero dell’effimero”.
Nonostante questo studio tenti di rivalutare la moda, presentandola come un fattore determinante per la salva guardia della democrazia, la realtà in esso descritta lascia intravedere un ‘immagine ben poco lusinghiera dell’odierna “civiltà dell‘effimero”.
E’ luogo comune ritenere che la moda sia un fenomeno tanto antico quanto l’umano capriccio e che la sua spontaneità la renda incompatibile con quelle organizzazioni di opinione che cercano d’ imprimere un preciso orientamento all’evoluzione dei costumi. Ma la realtà storica sembra essere ben diversa. Se infatti il capriccio é sempre esistito, la moda invece é un fenomeno esclusivamente moderno. Le società antiche non conoscevano questa singolare frenesia collettiva che spinge i più a conformarsi con prontezza alle mode. Anche le più raffinate civiltà tradizionali mantenevano nei loro costumi una stabilità secolare o perfino millenaria. “Il mistero della moda — scrive Lipovetsky — è nell‘unicità del fenomeno, nel fatto che nasca e si affermi nell‘Occidente moderno, e in nessun‘altra parte”.
In effetti, secondo lo studioso francese, é solo dall’epoca del Rinascimento che cominciò ad apparire il fenomeno della moda, e furono le corti rinascimentali ad imporlo poi, progressivamente, all’intera società europea. All’epoca dell’illuminismo, la moda celebrò i sui fasti negli ambienti aristocratici e la frivola corte francese giunse a detenere lo scettro dell’effimero, influenzando in questo senso le altre nazioni. Ma questo successo fu di breve durata, il decreto della Convenzione del 1793, imponendo il principio rivoluzionario della libertà di abbigliamento. abolì i segni di distinzione fra i ceti sociali e favorì quindi l’esplodere dell’arbitrio e dell’eccentricità nel vestiario, non solo tra le classi elevate ma anche tra i popolani. Da allora, la passione per l’artificio e il capriccio dominò in modo crescente lo “spirito pubblico” fino ad esercitare una sorta di morbida dittatura: chi non corrispondeva ai canoni della moda veniva sdegnosamente escluso dal “bel mondo” e dagli ambienti “che contano”. Col crescere dell’influenza della moda, crebbe anche il potere di modisti e sarti. Grandi o piccoli “arbitri dell’eleganza” seducevano la vanità dei nobili e accontentavano le aspirazioni mondane dei loro ricchi clienti, riuscendo così a diventare, fin dalla metà del XIX secolo, veri e propri governatori dell’orientamento dei costumi nel mondo. Se all’inizio i modisti erano semplicemente esecutori dei gusti dei clienti, col tempo essi conquistarono la dignità di artisti, riuscendo ad imporre le proprie scelte estetiche ad intere nazioni. Giustamente Lipovetsky riferisce che il modista aspirava a diventare una sorta di” medium”, ossia un manipolatore dei desideri collettivi, come sognava nel secolo scorso il potente stilista Poiret. Descrivendo l’orientamento della moda di questi ultimi due secoli, Lipovetsky dimostra come essa abbia progressivamente favorito il livellamento delle classi sociali e l’omologazione dei sessi, contribuendo potentemente a determinare un’evoluzione dei costumi che realizzasse nella vita quotidiana quegli ideali ugualitari e libertari lanciati prima dalla Rivoluzione francese, poi da quella socialcomunista e infine dal “Sessantotto”.
Da quando a Parigi, verso il 1860 nacque quella che venne chiamata “Haute Couture”, l’alta moda impiegò un nuovo metodo di seduzione collettiva che permetteva un flessibile controllo sulle coscienze: non imponeva infatti un modello rigido di comportamento, ma concedeva a un’apparente scelta pluralistica fra modelli parzialmente diversi, ma tutti prestabiliti e tendenti ad orientare la mentalità verso un unico scopo ugualitario. Durante la “belle èpoque”. con l’affermarsi di stilisti come Poiret, Lanvin, Chanel e Patou ‘‘Io sviluppo della produzione industriale, delle comunicazioni di massa e degli stili di vita hanno provocato non solo la sparizione dei numerosi costumi folcloristici regionali, ma anche I l’attenuazione delle differenze di abbigliamento fra le classi”. A poco a poco, le tendenze della gente venivano pilotate verso la rinuncia al fasto e verso un appiattimento dei costumi. A partire dagli anni Venti, la moda promosse uno stile miserabilista da finto povero. Si passò a impiegare materiali miseri, tessuti grossolani, elementi sintetici o con apparenze di logoramento o di sporcizia: taglio schematico e trasandato, colori smorti e tristi. Chanel realizzò ad esempio una semplificazione del vestiario femminile e lanciò un modo di vestire considerabile come “miserabilismo di lusso”, eliminando i capi di vestiario più distinti e banalizzando quelli che restavano in voga. Più tardi, negli anni Quaranta, con la moda “pret-a-porter” si imporrà l’usanza di vestire solo abiti semplici e di fattura schematica che non esprimono più valori di distinzione, ma solo comodità e praticità.
Progressivamente, questo impoverimento del gusto produsse i risultati più gravi: la differenza sociale non venne più manifestata ma anzi accuratamente e ipocritamente dissimulata e nessun segno di distinzione sociale individuò più le persone autorevoli da quelle comuni. Ormai siamo abituati ad avere quasi del tutto eliminato l’uso degli indumenti più signorili, quali i guanti, il bastone, il cappello, e perfino la cravatta. Questa tendenza a rinunciare ai segni distintivi della civiltà del vestire veniva esaltata dai guru dell’ecologismo. Fulco Pratesi affermava: gli oggetti di lusso sono simbolo di distinzione, di disuguaglianza e di autorità, e quindi, vanno eliminati allo scopo di realizzare la piena uguaglianza (Cfr. La Nuova Ecologia, n. 1/1991)
Moda e “rivoluzione sessuale”
Nei primi anni del nostro secolo racconta Lipovetsky, alcuni famosi modisti francesi, come il citato Poiret realizzarono una vera e propria rivoluzione nelle tendenze e nei costumi europei.
L’intero vestiario femminile fu progressivamente spogliato da ogni elemento che salvaguardava la modestia e il pudore. trasformandolo così in strumento di seduzione diretta e sempre più esplicita. L’immagine della donna, un tempo nobilitata dallo spirito cristiano, veniva cosi degradata a fattore di volgarità e di immoralità impiegandola come strumento per incitare alla “rivoluzione sessuale”.
Dalla fine della prima guerra mondiale, la moda si orientò verso una certa confusione tra gli stili dei due sessi: dapprima lo stile femminile tese al mascolino, poi quello maschile tese al femmineo, anticipando quello che molto più tardi verrà chiamato “unisex”. Negli anni Venti, l’alta moda francese lanciò lo “stile garconne”. in cui vesti e acconciature femminili vennero rese il più possibile somiglianti allo stile maschile: capelli corti, vestiti “piatti”, pantaloni. Negli anni Trenta, la “Haute Couture” impose alla donna di eliminare le maniche denudando le spalle e la schiena, e di accorciare la gonna fino alle ginocchia. Ben presto il campo dei vestiti estivi e da spiaggia fece un balzo in avanti nella direzione del nudismo: Patou diffuse la moda del costume a un pezzo, e al la fine degli anni Quaranta venne imposto il bikini.
Negli anni Sessanta, infine. Courrèges e Quant lanciarono l’uso della minigonna e degli stivaletti da donna, capi di vestiario dapprima tipici degli ambienti della prostituzione inglese, e li imposero nel mondo intero (p. 113-114).
Dalla “moda aperta” al “Sessantotto”
A partire dagli anni Sessanta, la moda non impose più una direzione ben precisa e le tendenze più varie esplosero anarchicamente prendendo ciascuno una propria strada oppure accostando in maniera eclettica e bizzarra gli stili più diversi e incompatibili tra loro: stilisti come Courrèges e Alaia, Mugler e Gaultier – racconta Lipovetsky – realizzarono la cosiddetta “moda aperta” in cui “nulla è proibito, tutti gli stili hanno diritto di cittadinanza e a avanzano in ordine sparso”. Questa fase di sperimentazione di “pluralismo” radicale però aveva la funzione di liquidare gli stili decorosi superstiti spianando così la strada ad una più grave dissoluzione del gusto destinata a favorire gli abusi e le deviazioni più sconcertanti.
Per quanto possa sembrare strano, la rivolta del “Sessantotto” fu preparata -oltre che dai centri di cultura universitaria marxisti o freudiani — dagli ambienti dell’arte di avanguardia e della moda più “avanzata”. Già negli anni Cinquanta erano apparsi modelli anarcoidi di comportamento, portati sulla strada da esistenzialisti, zazous, beatniks; con gli anni Sessanta cominciarono ad apparire hippie. baba, rasta. e più tardi punk e skinhead; tutte “anti mode” che erano però favorite dalle potenti case dell’alta moda (p. 128). La stessa rivoluzione del “maggio ‘68 fu, secondo Lipovetsky, un grande “movimento di moda” che si esprimeva non tanto con proclamazioni ideologiche quanto con gesti, musiche, modi di parlare e di vestire “sulla cresta dell’onda”, che manifestavano nella ‘ vita quotidiana le suggestioni di Marx, Freud e Reich: “Il Maggio ‘68 incarna una nuova figura: un movimento che è insorto senza obiettivi nè programmi definiti, una rivoluzione del presente, un movimento senza progetto esplicito sostegno da un ‘ideologia spontaneista una rivoluzione frivola”(p. 253): un fenomeno sociale che attuava alla lettera la massima del socialista Bernstein, secondo la quale “lo scopo è nulla, il movimento è tutto’’.
Il “Sessantotto”, ha lanciato uno stile ribelle che giunge alla valorizzazione della bruttezza e all’esaltazione del repellente. Con la moda hippy “conquistano legittimità tutte le forme, tutti i materiali, tutti gli stili: trasandati, grezzi, strappati, scuciti, sbracati, sfilacciati, sfrangiati, ora entrano nel territorio della moda. (…) Gli artifici giocano a mascherare da selvaggio da sopravvissuti alla fine del mondo, la raffinatezza è nel non essere eleganti, l’accuratezza lascia il posto al pauperismo lacero’’. I modi di vestire e di comportarsi dei “contestatori” incarnano un “anti-ideale” che vuole esprimere una rottura con quanto di ordinato, bello, decoroso, pulito era sopra vissuto, come eredità della Civiltà cristiana. In quegli anni il celebre modista comunista Yves Saint-Laurent, lanciava lo slogan: “Abbasso il Ritz! Viva la strada!”, il che voleva dire: “basta con la dignità e il decoro, con la finezza e il buon gusto: via libera alla volgarità e alla sensualità nel vestire!”.
Un simbolo del “Sessantotto” fu indubbiamente la moda del jeans, tessuto che non richiede molta pulizia né di essere ben stirato, che si usa anche se logoro e perfino lacero. Indossandolo, uomini e donne. anziani e giovani, ricchi e poveri non furono più differenziati nel vestire. Secondo Lipovetsky, la voga del jeans “ha anticipato l‘irruzione della contro —cultura e della contestazione generale della fine degli anni Sessanta” e ha contribuito all’imporsi della “rivoluzione sessuale’’ di un giovanilismo ossessionato dalla “cultura del corpo”.
Raccontando la storia della moda fino ai nostri giorni, Lipovetsky mette in luce quei complessi moventi che la governano e mostra che il suo orientamento e il suo meccanismo non sono né spontanei né ideologicamente neutri o socialmente disinteressati.
Apparentemente, la moda non ha nessun contenuto: “è un dispositivo sociale definito da una temporalità molto breve e dai cambiamenti di rotta repentini, capricciosi, imperiosi, che coinvolgono diversi ambiti della vita collettiva”. In realtà, questa apparente neutralità dottrinale della moda nasconde una scelta ideologica ben precisa. o almeno una “ideologia minimale” derivata dal mito del “Progresso”: l’irrazionale convinzione che il “nuovo” sia sempre preferibile al “vecchio” e vada quindi ricercato con ansia. Con la moda, “la novità diventa fonte di valore mondano, segno di superiorità sociale”.
Alla stima per il passato si sostituisce la “idolatria del presente”, dalla ricerca dell’immutabile si passa all’ansia del mutamento: la moda “ha imposto a tutti l‘ethos del mutamento e il culto della modernità”. Se le epoche antiche e medioevali erano caratterizzate dal prestigio del passato e dall’imitazione degli antichi, per contro l’epoca moderna e governata dal culto delle novità e dall’imitazione dei modelli più effimeri e bizzarri.
Ormai la moda “è riuscita a trasformare la superficialità in uno scopo della vita’’ , a sostituire l’essere con l’apparire, il valere con il mostrarsi. Consacrando la vita mondana come la sola cosa per la quale vale la pena di vivere, la moda afferma che l’unico valore è il piacere; pur senza proporre una dottrina esplicitamente anticristiana, essa rifiuta implicitamente di riconoscere una Verità e un Bene trascendenti ai quali vale la pena di sacrificare l’esistenza.
Nella sua ansia di rinnovamento, la moda contribuisce ad imporre una sorta di “rivoluzione permanente” dei costumi. Rifiutando la ‘vera libertà nella Verità, l’umanità è caduta sotto la tirannia dell’effimero e la gloria che prima cercava nelle grandi e nobili imprese oggi la cerca nelle vanità mondane.
Col prevalere della moda, scrive Lipovetsky. “il piacere privato comincia a prevalere sulla gloria, la gradevolezza sulla grandezza morale, la seduzione sulla tensione verso il sovrumano, la voluttà sulla maestà emblematica, il decorativo sul simbolico. (…) La promozione della moda è inscindibile dalla disaffezione verso i valori eroici e la morale religiosa. (…) L’ideale democratico della seduzione, del successo rapido, dei piaceri immediati, ha sopraffatto l’esaltazione dell‘eroismo e la morale aristocratica dell‘eccellenza”.
“L ‘humour, i varietà, il gioco pubblicitario minano lo spirito di crociata e di ortodossia, squalificano I ‘autoritarismo, le scomuniche e l’esaltazione dei valori guerreschi”.
In ultima analisi, “alla radice dell’affermazione della moda sta il ripudio dell’idea di peccato e la rivalutazione dell’amore egoistico, delle passioni e del desiderio”.
Proprio in questa ricerca ossessiva del nuovo si manifesta la crisi interiore della coscienza moderna: il seguire ansiosamente la moda esprime una sorta di fredda angoscia per il tempo che fugge, per la labilità dell’esistenza umana, per l’ineluttabilità della morte.
Al tremendo problema del senso dell’umano destino, la moda evita di rispondere rifiutando la realtà e rifugiandosi in una falsa mistica del cambiamento fine a sé stesso. La moda è ormai diventata una maschera dietro la quale l’individuo si nasconde e gioca con le apparenze pur di sottrarsi ad ogni responsabilità, si cambia forsennatamente d’abito perchè insofferenti di se stessi, si vuole ‘‘cambia restato d’animo’’, trasformarsi senza sosta, come dice Lipovetsky
Ulteriore conferma del fatto che la mentalità moderna ha orrore per tutto ciò che è stabilità, durata, “spessore”, profondità.
Rifiuto della Tradizione e della gerarchia
Segno e fattore dell’emancipazione dell’individuo dalla tradizione, dalle consuetudini ancestrali, da ogni forma di autorità o di legge, la moda pretende affermare la sovranità pubblica del desiderio, in tutta la sua futilità e irrazionalità, anzi proprio perché futile e irrazionale. Se il motto dell’uomo consapevole è “divieni ciò che sei”, ossia “realizza la tua natura, il tuo destino”, al contrario il motto della moda è “sii ciò che divieni”. ossia “acconsenti a tutte gli impulsi e le passioni che ti influenzano, sia quelle interne che quelle esterne”.
Risultato di questo atteggiamento psicologico è una “società aperta” a tutte le suggestioni, priva quasi completamente di spirito critico e di volontà libera, agitata senza sosta da effimere “infatuazioni collettive’.
Paradossalmente, quindi, la moderna ansia di “emancipazione” incarnata dalla moda porta alla schiavitù più terribile: quella delle passioni individuali e collettive, che i mezzi di comunicazione sanno bene come evocare e manipolare. Questa tirannia del desiderio, come impone all’individuo una “rivoluzione permanente”, così trasforma la vita civile in “una società perennemente mutante”. La rivoluzione della moda sostituisce l’autorità dell’ideale e il potere della sana consuetudine con la tirannia dell’effimero e la dittatura delle convenzioni.
Lipovetsky ne conclude che, se è vero che l’unico dogma della moderna democrazia è quello che non ci devono essere dogmi, il relativismo assoluto della moda ha costituito un elemento determinante nel successo della mentalità democratica, e “con l’epoca della moda si è fatto un passo ulteriore sulla via dell‘eliminazione democratica di tutto ciò che è intangibile e sacro”, ossia verso la liquidazione di ogni forma di integralità.
Pier Luigi Bianchi Cagliesi

Articolo importante per le generazioni moderne che non hanno il senso vero dell’essere umano,etico e morale
Ottimo!
Ottimo articolo, riesce in modo alquanto comprensibile, a gettare luci sugli usi e costumi della società odierna e non.
Articolo lucido e controcorrente. Ricorda che la moda non è mai neutrale, ma incide profondamente sui costumi e sul modo di pensare. Interessante il legame tra effimero, omologazione e perdita del senso del limite: dietro l’illusione della libertà spesso si nasconde una nuova forma di conformismo. Una riflessione scomoda, ma necessaria.
Arricolo contro corrente, è proprio di questo che abbiamo bisogno.
Guardando le foto degli abiti maschili e femminili occidentali dai primi del 900 fino agli anni 60, si vede che con il 1968 rivoluzionario si fa un salto che fa raggiungere velocemente nell’abbigliamento la moda dell’unisex, per realizzare quell’ appiattimento, uniformando il genere maschile a quello femminile teorizzato dal movimento femminista e che da circa vent’anni a questa parte è sotto gli occhi di tutti.
Ritengo che questo fenomeno si sia diffuso molto anche, per la velocità che hanno oggi i mezzi di comunicazione di veicolare le informazioni. Sicuramente la nostra società fortemente secolarizzata già dal secolo scorso ha lasciato spazi da riempire al vuoto che si è generato nell’animo umano, privo dei valori fondanti, che la societas cristiana aveva sviluppato, dando così la possibilità all’effimero ed alla frivolezza di riempire il bisogno di senso, presente nella persona umana. Sicuramente un ritorno agli ideali umani alti che trovano il loro apice nella persona di Gesù Cristo, ci farà superare questa tendenza all’effimero, che in quanto tale lascia il cuore dell’uomo povero, privo di senso e quindi profondamente infelice.
Una lucida interpretazione.
Testo lucido e incisivo, ricco di analisi storiche e riflessioni profonde
prima di sprofondare nella melma sono ricorso a voi per avere un po’ di cultura in accordo con il cattolicesimo politico.