Lun. Nov 2nd, 2026

“Del partito politico non vanno mai dimenticate le origini giacobine, fortemente dottrinarie e dogmatiche (pars pro toto), e quindi l’innata tendenza autoritaria o, addirittura, totalitaria” afferma Franco Ferrarotti nell’introduzione all’agile opuscolo:“Appunti sulla soppressione dei partiti politici”, breve, intenso ed illuminante scritto di Simone Weil. L’autrice, Simone Adolphine Weil (Francia, 1909 – 1943), è una scrittrice e filosofa, la sua è una figura complessa, partita da posizioni anarco-marxiste, fu amica di Lev Trockij che ospitò esule nella sua casa, fu attivista e partigiana approdando, alla fine, allo studio della vita dei santi coltivando l’amicizia con Georges Bernanos. Il filosofo Augusto del Noce ne rilevò il suo indirizzarsi finale verso la mistica cristiana e la vita dei santi. La vera svolta è il suo sodalizio intellettuale e spirituale con il filosofo contadino, Gustave Thibon.  Ma, tornando a questo libro formato tascabile, di appena 70 pagine, uscito postumo nel 1950 ed oggi edito per i tipi della Marietti, il testo esprime una freschezza stupefacente, ed un’attualità non comune. I partiti anglosassoni, pre-ivoluzione francese, hanno una matrice aristocratica, per questo conserveranno a lungo un elemento giocoso che non si riscontra nei partiti nostrani, come oggi li conosciamo, le cui radici sono Parigine, giacobine e plebee, con le conseguenti dinamiche volgari e persecutorie, che oggi si evidenziano nella vita politica del Brasile di Lula oppure nei talk show nostrani, drogati di campagna elettorale, un dibattito tra nemici in un’arena di belve, in cui l’idea di ”Bene Comune” non ha luogo. 

Simone Weil cerca di individuare la natura del partito politico notando che esso “è una macchina per fabbricare passione collettiva; è una organizzazione costituita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ciascuno degli esseri umani che ne sono membri; il primo scopo, e in ultima analisi l’unico scopo di ogni partiti politico, è il suo potenziamento e ciò senza alcun limite”. Insomma il partito è totalitario per definizione e per aspirazione, come dice Tomskij[1] “un partito al potere e tutti gli altri in prigione”. Il partito dovrebbe avere, e proporre, una certa visione del Bene Comune e perseguirne la realizzazione politica, ma si tratta di una velleità, quando un partito conquista il potere necessario a realizzare la sua visione esso diventa “fine a se stesso. Già in questo vi è idolatria, poiché Dio solo è un fine legittimo per se stesso”. E’ una predisposizione genetica: “i partiti sono organismi costituiti pubblicamente, ufficialmente in modo da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia”. D’altra parte la propaganda, che tutti subiamo giornalmente attraverso media, web, e social vuole “persuadere, non comunicare maggior luce”. La propaganda vorrebbe asservire gli spiriti. Una democrazia che funzioni ha bisogno di due cose, cittadini consapevoli ed elitè responsabili, nel mentre che rintracciamo i primi e cerchiamo le seconde, i partiti continuano serenamente ad abusare del loro monopolio sulla politica. Divisi in tutto, i partiti si ritrovano uniti nel difendere la loro indispensabilità “Coloro che tendono a interessarsi del bene pubblico o pensarci o si volgono ad altro, oppure passano attraverso il laminatoio dei partiti. In questo caso sorgono in essi delle preoccupazioni che escludono quelle per il bene pubblico… i partiti sono un formidabile meccanismo, in virtù del quale non vi è un solo spirito che presti la sua attenzione allo sforzo di discernere nella vita pubblica il bene, la giustizia, la verità”. Parole forti, che Simone Weil applica anche alla Chiesa cattolica colta nelle sue dinamiche d’imposizione del dogma. L’autrice risolve questa contradizione volgendosi alla mistica cristiana “rifugio sicuro” e facendo riferimento alla vita dei santi che superano il mondo, in alto. Intanto i partiti si propongono in chiave dogmatica “nella nostra democrazia fondata sul gioco dei partiti, di cui ciascuno è una piccola chiesa profana armata della minaccia di scomunica”. La Weil fa eco a Lev Trockij che durante il XIII Congresso del Partito Comunista sentenziò: “Il partito ha sempre ragione anche quando ha torto”, idea fatta propria da Palmiro Togliatti leader stalinista del PCd’I, poi PCI. La passione collettiva è quindi, la spinta energetica che i partiti diffondono con la propaganda nello spirito dei loro adepti. Simone conclude “l’istituzione dei partiti sembra costituire un male quasi allo stato puro. Sono cattivi i loro principi e cattivi i loro effetti”. Eppure la passione partitica non è una patologia diffusa solo nella politica, quante volte sui social si trovano post che finiscono con: “sei d’accordo o no?”. È un invito a prendere “partito”, “dubitiamo che sia possibile rimediare a questa lebbra, che uccide, senza cominciare con la soppressione dei partiti politici” conclude Simone Weil. E sapete? … potrebbe non essere una cattiva idea!

Buona lettura!

Società Domani

SIMONE WEIL, Appunti sulla soppressione dei Partiti Politici, Marietti 1820, 2021, Bologna.


[1] Ivan Nikitič Tomskij, sindacalista e politico sovietico. 

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