
- Le Schede della CEI per Conoscere l’Islam –
Il 21 ottobre scorso, il Card. Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha presentato “Le Schede per La Conoscenza dell’Islam“, pubblicazione ad uso di insegnanti di Religione Cattolica e studenti. Al fianco di Zuppi, fra gli altri, il Presidente dell’UCOII (Unione Comunità Islamiche Italiane) Dott. YASSINE Baradai, organizzazione con sensibilità affini al progetto di reislamizzazione della Fratellanza Musulmana. Per inciso, l’UCOII non ha mai condannato la Fratellanza Musulmana, messa fuorilegge a causa della sua matrice terroristica da Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Bharein, Siria, Emirati Arabi, tanto meno ha preso le distanze da Hamas. Le “Schede“, sono un progetto della CEI realizzato in collaborazione con eminenti studiosi. L’obiettivo è offrire una conoscenza dell’Islam e smentire i diffusi pregiudizi negativi sulla fede dei musulmani perché, afferma il presidente della CEI, “Tutti i cattolici, e non solo, dovrebbero studiare; perché noi italiani (…) siamo tutti ignoranti e pieni di pregiudizi nei confronti dell’islam“. Il documento (96 pagine), premette frequentemente: “secondo l’Islam”, “secondo il famoso Hadit”, “Secondo la visione sciita“, “secondo la Tradizione sciita maggioritaria“, “secondo la visione sunnita“. Posta la natura plurale dell’Islam e l’assenza di un magistero universalmente riconosciuto ci si potrebbe chiedere: quale Islam descrivono le schede? In questo senso, il testo è carente di distinguo chiari e di letture critiche. Ad esempio a pag. 67 si legge: “È scritto nel Corano: Chiunque ucciderà una persona senza che questa ne abbia ucciso un’altra o abbia corrotto la terra, è come se avesse ucciso l’intera umanità» (Cor. 5,32)”, l’affermazione appare nobile e affascinante, se non fosse che per i musulmani è l’infedele in quanto tale, cioè chi musulmano non è, che sparge la corruzione sulla terra, una condizione che mette in pericolo la sua vita oppure la sua dignità di membro di una società (dhimmitudine), ma di tale critica non c’è traccia. E’ paradossale affermare (pag. 73): “In questa scheda sono considerati quasi esclusivamente l’Islam “ortodosso” sunnita e il Cattolicesimo romano” come se l’islam mondiale potesse vantare un magistero unico ed universale, quindi una ortodossia. L’Islam vive una costante lotta interna per la leadership e per una ortoprassi condivisa, non c’è traccia di una dottrina unica, quindi non può esserci una ortodossia come la s’intende nel Cattolicesimo romano. Non esite al mondo nulla di più variegato, contraddittorio, plurale, magmatico e conflittuale delle interpretazioni sulla fede islamica. A parte la grande e storica divisione tra Sunniti e Sciiti, fonte di odi sanguinari, nell’Islam sussistono e convivono, per lo più conflittualmente, innumerevoli scuole giuridiche, di pensiero ed esegetiche: sufi, jazariti, , kharagiti, hanafiti, hambaliti, malikiti, athariti, ashariti, maturiditi, ahbashi, usiliti, akhbariti, jafariti, duodecimani e settimani, alewiti e usuliti, ibaditi, salafiti e wahabiti, Fratelli Musulmani, jamaat, etc. etc. etc., quale islam descrivono le schede e quale magistero islamico unico può rispondere a tale domanda?
Il Card. Zuppi ha ragione quando afferma che conosciamo poco l’Islam nonostante sia la seconda religione del Paese ma, chiedo se sia più preoccupante il fatto che conosciamo poco Cristo e la sua Chiesa, se non per pregiudizi e luoghi comuni, medioevo, crociate, inquisizione, Galileo, oscurantismo, pedofilia, simonia, etc… Nel tentativo di smontare il pregiudizio negativo sull’Islam, la lettura delle schede finisce con il costituire un notevole ed autorevole pregiudizio positivo sull’Islam stesso. Secondo il Cardinale le undici schede permettono una «conoscenza condivisa” che è “il contrario dello scontro di civiltà», un’idea che fomenta guerre ed il cui carattere sarebbe pericoloso ed “islamofobo”. Questo significa che la pubblicazione offre una visione parziale dell’Islam tutta tesa ad “evitare lo scontro”. Una visione parziale non può che chiamarsi “ideologica”, perché pretende di esaurire il tema in un quadro ristretto. L’indiscutibile autorevolezza dei redattori viene posta a servizio di una lettura pregiudizialmente positiva e rasserenante dell’Islam. Il testo è un prodotto esemplare di un metodo con il quale, utilizzando informazioni vere, si tesse una narrazione falsa perché soggettiva, quella di chi l’ha condivisa. L’Islam della CEI è ricca di “compagni che sbagliano” e di pii musulmani che sono nostri correligionari, posto che abbiamo lo stesso Dio e la stessa attesa eterna. Il testo non lesina approssimazioni come questa: “La memoria storica dell’Andalusia e della Sicilia, che fungevano da ponti di scambio culturale tra le due sponde del Mediterraneo. In questo modo, la cultura e la civiltà islamiche hanno potuto contribuire allo sviluppo della civiltà europea“. Dimenticando gli stermini, le razzie, i rapimenti, lo schiavismo, che imperversarono dal secolo VIII al XVIII, sulle coste del Mediterraneo, di cui furono protagonisti i saraceni prima e gli ottomani poi. Si dimenticano i Padri Trinitari, i Religiosi Mercedari e le migliaia di religiosi e confrati che si diedero in schiavitù per liberare tantissimi poveri infelici che marcivano nei Bagni del Maghreb, ai remi delle galee o, ancora, negli harem dei sultani. Abbiamo dimenticato le donne, le fanciulle, i fanciulli oggetto del più perverso schiavismo? Si può sottacere che in 34 dei 50 Paesi islamici, i cristiani sono sistematicamente perseguitati? Se è vero che l’islam è di sua natura plurale, ma non pluralista, com’è possibile fotografarlo con una istantanea? Non poteva mancare l’usurato “mea culpa” per il colonialismo europeo (pag. 23), dimenticando che fu grazie ad esso che le nostre coste si liberarono dalla tratta schiavista ottomana, fu con esso che i paesi musulmani stessi, poterono accedere ai benefici della scienza, della medicina, della tecnologia e della cultura occidentale, il concetto di repubblica non esiste nell’Islam eppure, oggi, esistono repubbliche islamiche. Fu allora che cessò, per i musulmani, il divieto, pena la morte, di stampare, detenere e leggere libri. Un divieto lungo trecento anni. In estrema sintesi il testo disarma chi cerca un vero dialogo con i musulmani, fra un Io e un Tu ben identificati. Il testo nega una realtà fondamentale, non è lo stesso Dio, non è lo stesso uomo, non è lo stesso mondo, non è la stessa speranza,che hanno i cristiani, eppure si tende a fare passare l’idea esattamente opposta. Se si vuole incoraggiare il dialogo, non è con un pregiudizio di segno contrario a quello corrente che ciò e realizzabile. Si può affermare che esistono tanti Islam quanti sono i musulmani nel mondo, per questo il dialogo è possibile e necessario ma, occorrono realismo e speranza, senza il primo la seconda è illusione, un’illusione molto pericolosa! Liberarsi dai pregiudizi è possibile, ma è la Verità che fa liberi, non un pregiudizio di un altro colore!
Paolo Piro
