Gio. Set 10th, 2026

In queste ore l’Italia cattolica piange la scomparsa del cardinale Camillo Ruini, morto a 95 anni il 16 giugno 2026, dopo una lunga stagione di servizio alla Chiesa e al Paese. È un lutto che invita a fermarsi e a guardare indietro, non per sterile nostalgia, ma per raccogliere un’eredità che continua a parlare al presente. E quando si ripercorre la vicenda di Ruini, ci sono due nomi che tornano inevitabilmente accanto al suo: quello di Carlo Casini, fondatore del Movimento per la Vita, scomparso già nel 2020, di cui ho più volte accennato  in questi pensieri sparsi, e quello del cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, morto nel 2019. La difesa della vita non è mai stata, nella storia recente dell’Italia, un mero esercizio accademico. È stata piuttosto una trincea, culturale, scientifica e sociale, dove si sono incontrate personalità di straordinario spessore. Ruini, Sgreccia e Casini hanno operato su tre piani differenti e complementari — il primo come guida autorevole della Chiesa italiana per sedici anni alla presidenza della CEI, il secondo come fondatore della bioetica personalista in Italia e custode della dottrina sulla vita, il terzo come pioniere laico dell’impegno pro-vita — eppure la loro azione si è intersecata in un unico, coerente orizzonte: la protezione della dignità umana dal concepimento al suo tramonto naturale.   Questo mio piccolo sforzo intende esplorare come il rigore filosofico di Ruini, il fondamento scientifico-bioetico di Sgreccia e l’instancabile operatività di Casini non siano stati soltanto tre percorsi paralleli, ma tre tessere di un unico mosaico. In un tempo segnato da un relativismo etico che spesso mette in discussione il valore dell’esistenza, il loro sodalizio ideale offre ancora oggi chiavi di lettura indispensabili per comprendere il senso profondo dell’essere uomini e donne.

Il primato dell’essere: la visione del Cardinale Ruini. Nominato presidente della Conferenza Episcopale Italiana nel marzo 1991 da Giovanni Paolo II, Ruini ha guidato l’episcopato italiano per sedici anni, fino al 2007, attraversando una delle stagioni più delicate della storia recente del Paese. Ha sempre interpretato il proprio ruolo non solo come custode della dottrina, ma come instancabile propulsore di una proposta culturale. In un’epoca in cui la fede veniva spesso confinata nel privato, Ruini ha insistito sulla “rilevanza pubblica” del cristianesimo, teorizzando quei “valori non negoziabili” che hanno segnato il dibattito pubblico italiano per oltre un decennio, dalla bioetica alla famiglia. Al centro della sua riflessione vi è una verità che scardina i meccanismi del pragmatismo utilitaristico: il valore della vita umana non deriva da ciò che una persona fa o produce, ma dal semplice fatto di esistere come essere umano vivente. Questa intuizione, che sintetizza il cuore del suo magistero, pur sempre fondata sul dato della Rivelazione, funge da pilastro antropologico fondamentale. Nel mondo contemporaneo, il valore di un individuo è spesso misurato in base alla sua efficienza, produttività o benessere percepito. Ruini ha operato una rottura epocale: ha riportato il valore della persona all’ontologia pura. Essere uomo, a prescindere dalle condizioni fisiche, psichiche o dalla fase biologica, è di per sé motivo di dignità inviolabile. Questa convinzione lo ha portato, negli anni Duemila, a guidare la mobilitazione dei vescovi italiani sui temi della fecondazione assistita e a intervenire pubblicamente nei casi che hanno scosso la coscienza nazionale, come quelli di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby, sempre richiamando l’indisponibilità della vita umana. Tale visione non è, come spesso viene accusato, una posizione puramente confessionale, ma un principio universale che interpella la ragione di ogni uomo libero.

Il fondamento scientifico: la bioetica personalista di Elio Sgreccia. Se Ruini ha offerto l’architettura teologico-pastorale, Elio Sgreccia ne ha fornito il fondamento scientifico e accademico. Nato a Nidastore di Arcevia nel 1928 in una famiglia di agricoltori, ordinato sacerdote nel 1952, Sgreccia trovò nel 1973 un importante punto di svolta per la sua vita: l’incarico pastorale presso la facoltà di medicina dell’Università Cattolica di Roma, da cui nacque un magistero scientifico durato decenni. Fondò nel 1985 il Centro di Bioetica e nel 1992 l’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica, e succedette a Jérôme Lejeune e Juan de Dios Vial Correa alla presidenza della Pontificia Accademia per la Vita, guidandola dal 2005 al 2008. Il contributo specifico di Sgreccia è stato dare un nome e un metodo a ciò che Ruini proclamava e Casini praticava: la “Bioetica Personalista ontologicamente fondata”, una disciplina che ha affrontato con rigore scientifico le grandi questioni emergenti — fecondazione assistita, cellule staminali, stato vegetativo permanente, donazione di organi — sempre a partire da un principio: la persona umana, in ogni sua fase e condizione, non è mai un mezzo ma sempre un fine. Il suo Manuale di bioetica, tradotto in dieci lingue, così come anche i 12 volumi dell’Enciclopedia di Bioetica e Scienza giuridica, hanno formato generazioni di medici, biologi e bioeticisti in tutto il mondo, diventando strumenti indispensabili con cui la riflessione filosofica si è tradotta in competenza clinica e giuridica. Sgreccia ha così rappresentato la cerniera indispensabile tra il piano dei principi e quello delle decisioni concrete in corsia, in laboratorio, in tribunale. Senza il suo lavoro di traduzione scientifica, l’intuizione antropologica di Ruini sarebbe forse rimasta un enunciato filosofico privo di applicazione medica; senza l’autorevolezza accademica costruita da Sgreccia, l’azione capillare di Casini sui territori avrebbe potuto faticare a trovare un linguaggio condiviso con il mondo scientifico e istituzionale.

La concretezza di Carlo Casini: la solidarietà come metodo. Se Ruini e Sgreccia hanno offerto la “struttura” filosofica e scientifica, Carlo Casini ne ha rappresentato la concretezza operativa. Magistrato di formazione, nato a Firenze nel 1935, Casini fu tra i protagonisti della stagione che portò, nel 1975, alla nascita a Firenze del primo Centro di Aiuto alla Vita, embrione di una rete che negli anni si sarebbe estesa a tutto il Paese sotto la sigla del Movimento per la Vita, costituitosi come federazione nazionale nel 1980. Guidò inoltre, nel 1981, il referendum per l’abrogazione della legge 194: una battaglia che il fronte pro-vita non vinse nelle urne, ma che segnò comunque una testimonianza pubblica capace di durare nel tempo. Casini comprese che il principio etico non può restare sospeso nel vuoto: deve farsi carico delle fragilità quotidiane. La sua celebre intuizione — che le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà — è il manifesto di una politica dell’accoglienza che ancora oggi guida l’azione dei Centri di Aiuto alla Vita. Per Casini, la difesa della vita nascente non era una sfida contro la donna, ma, al contrario, un gesto di radicale solidarietà verso la madre. Ha dedicato la vita a costruire quella rete di protezione che permettesse di rimuovere le cause economiche, psicologiche e sociali che spingono verso l’interruzione della gravidanza: una rete che oggi conta centinaia di Centri di Aiuto alla Vita attivi su tutto il territorio nazionale e che, secondo le stime del Movimento, ha contribuito a far nascere oltre duecentomila bambini. Per Casini, il “no” all’aborto era sempre, inscindibilmente, un “sì” alla madre e al figlio insieme: una pedagogia del farsi prossimo, dove la dignità non è solo proclamata, ma resa possibile attraverso l’accompagnamento concreto e l’ascolto empatico.

Tre vie per un’unica missione: la sintesi perfetta. Il legame tra Ruini, Sgreccia e Casini risiede in questa complementarietà tra ontologia, scienza e solidarietà. Senza il fondamento antropologico di Ruini, l’azione di Casini rischierebbe di apparire come mero assistenzialismo; senza la traduzione scientifica di Sgreccia, quel fondamento resterebbe muto davanti alle nuove frontiere della medicina; senza l’agire di Casini, la riflessione dei primi due resterebbe un’architettura astratta, priva di incarnazione quotidiana. Insieme, i tre hanno dato vita a un modello che sfida il paradigma della “cultura dello scarto”. Tutti e tre hanno sinergicamente aiutato a comprendere che una società che decide di eliminare il più debole nel momento in cui diventa un “peso” non sta progredendo, ma sta svuotando il concetto stesso di dignità umana. Le loro strade si sono intrecciate spesso, negli stessi decenni e talvolta negli stessi tavoli: gli anni della guida di Ruini alla CEI sono anche gli anni in cui Sgreccia costruiva l’edificio scientifico della bioetica personalista e Casini consolidava la rete territoriale del Movimento per la Vita, mentre il Paese era attraversato da accesi dibattiti su fecondazione assistita, fine vita e statuto dell’embrione. È famosa la battuta del cardinale Ruini: “Meglio irritanti che irrilevanti”, uno spirito che Sgreccia ha tradotto in rigore accademico e Casini in presenza sul territorio. Insieme, i tre hanno contrastato l’idea che la vita nascente sia una questione “privata” di cui occuparsi solo se è “voluta”. Hanno invece riaffermato che la vita è un bene comune, un dono di cui l’intera società è custode, introducendo termini come “diritto alla vita”, “dignità della persona” e “accoglienza” nel lessico civile italiano.

di Alessandro Mellozzini (da  https://amgraffiti.blog)

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